Nel Libro di Giobbe, c’è un personaggio che si aggira tra la corte celeste e sfida Dio a mettere alla prova il suo servo fedele. In ebraico si chiama הַשָּׂטָן (ha-Satan), con l’articolo determinativo: non un nome proprio, ma un ruolo che significa l’avversario, l’accusatore, il pubblico ministero cosmico. Non è il diavolo. Non è il male incarnato. È una funzione, quasi burocratica, all’interno della struttura divina.
Nel passaggio al greco e poi al latino, Satan perse l’articolo e divenne un nome proprio. Poi si fuse con altre figure il serpente dell’Eden, Lucifero di Isaia, i demoni dei Vangeli in un unico grande personaggio: il Diavolo, signore del male, antagonista di Dio, re dell’Inferno.
Una figura teologica che ha ossessionato l’Occidente per duemila anni ed ispirato capolavori come la Divina Commedia e il Paradiso Perduto ma che nel testo originale era poco più di un funzionario celeste con il compito di fare domande scomode.



